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Per il Bastardo è finita (ma non per me)...

Leggi l'antefatto

"Ti senti perverso, fratello?"
Mi guarda con occhi smarriti, non sa dove voglio portarlo, ha paura delle ritorsioni della sua coscienza.
"Non so, devo aver fatto qualcosa… ma non saprei"
"Se tu non fossi stato perverso, staresti così male, fratello?"
Strizza gli occhi da cui escono sapide gocce giallastre.
"Sì, sono stato perverso"
"Hai inflitto sofferenza?"
"Credo di sì"
"Che significa che credi di sì, Nostro Signore non ha tempo per i dubbiosi. Stai male, ma nessuno ti ha fatto del male. Allora perché stai male?"
li facevo lavorare come cani, mentre io passeggiavo come un kapò
"Devo aver fatto del male"
"Pian piano esce la verità, ed è l'unica strada per trovare la pace. A chi hai fatto del male?"
"Voglio trovare la pace, non ne posso più della freddezza della mia anima e della tua pistola. Ho bisogno di calore"
"A chi hai fatto del male?"
"Ho sfruttato il lavoro di molti. Li facevo lavorare come cani, mentre io passeggiavo come un kapò"
"Ecco, vedi che stai salendo verso il cielo… vai avanti"
"Non è colpa mia, mi dicevano di farlo: avevo altri sopra di me, di cui non conoscevo neanche il nome"
"Non gettare discredito sugli altri; quelli pagheranno o hanno già pagato. Occupati di te stesso, è la cosa più autentica che puoi fare per volerti bene. Vai avanti… passeggiavi, mentre vedevi la gente lavorare"
"Ero una bestia da guardia, non lavoravo ed intascavo il profitto di chi piegava la schiena nei campi o nella pancia della terra; ma io stesso ero un prigioniero del profitto. Ho mandato per aria due matrimoni, la verginità di una figlia, quella del mio ano ed ho sacrificato il mio prepuzio, a cui tenevo tanto, e tutto soltanto per guadagnare dal sudore altrui. Ma mi sembrava la strada del benessere, della buona gestione della mia vita, sempre migliore, sempre più elevata"
"Ma lo hai detto tu che hai buttato per aria matrimoni e sfintere. Non ti sei ravveduto in tempo?"
"No, perché era quello che mi dicevano di fare"
"Chi, per dio! Chi diavolo te lo diceva!"
"Non so, era così che si doveva fare, facevano tutti così, ed i peggiori ci riuscivano e venivano accolti nei luoghi migliori. Pensavo che era così che si dovesse fare"
"Pensavi? Non hai mai sentito parlare della giustizia di Dio, che se ne infischia di quello che pensi con la tua testa bacata? La giustizia di Dio, l'hai mai sentita nominare?"
"Sì, ma credevo non mi riguardasse"
"Non puoi nasconderti così dall'occhio divino".
Fin da piccoli ci ficcavano in testa quell'idea secondo cui uno sguardo ci fissava costantemente per vedere cosa facessimo, e tutte le nostre azioni venivano poi portate sul banco degli imputati in un tribunale ultraterreno. Peccato che nessuno ci aveva mai assicurato che il conto da pagare non dovesse arrivare molto prima della dipartita da questa terra bastarda. Perciò, quando la mano di Dio, in questo caso la mia, si faceva carne per imbracciare una pistola, e la sofferenza era vera, terrena e presente, tutti si scioglievano in lacrime, si fustigavano in una serie di scuse, convinti che il giudizio doveva essere in un 'poi' indefinito. Ed invece arrivava uno come me; ed era nel presente. Se c'era una sofferenza da pagare, non era poi, ma ora; al momento presente, al qui ed ora, non ci pensava più nessuno.
Ed il freddo di una pistola con il colpo in canna poteva significare due cose: fine o liberazione.
"Decidi per la fine o la liberazione"
Mi guarda svampito.
"La pistola sparerà. Decidi se sarà la fine o la liberazione"
"Come posso decidere?"
"Se soffri sarà la fine di un cane, ed il tuo cervello colerà dalla parete. Se ti penti, sarà liberazione e troverai la pace. Perché tu la pace l'hai smarrita, tanto tempo fa, e non sai ritrovarla. Guardati: sei un essere piangente, che si fa schifo da solo. Pentiti, è l'unico modo per salvarti".
Mea Culpa... Mea Culpa... Mea Culpa...
Piange lacrime gialle e tardive, mi implora di impartirgli una penitenza.
"E tu pensi che io sia uno di quei preti finocchi che ti danno le Ave Maria per riparare al male che hai fatto? Tu hai profanato la parte più intima dell'esistenza stessa, hai provocato ferite in esseri senzienti che si sono portati la sofferenza ogni sera sotto le coperte. Vuoi recitare il Mea Culpa? Avanti fallo, se pensi che possa servire a qualcosa… Gente! Un Mea Culpa qui sulla 11esima! Spettacolo unico ed irripetibile!"
Gli sussurro che potrebbe essere la sua sola occasione per redimersi, ci crede, ma il mio indice è già pronto.
"Un Mea Culpa! Spettacolo unico!"
Tre o quattro sacchi umani si fermano davanti al marciapiede, hanno occhi scavati in orbite che sembrano ripassate con la matita. Dicono parole appena sussurrate, poco percepibili, non alzano la voce, hanno il dominio e la forza del tempo. Se ne aggiungono altri, sommano la loro voce sommessa, una litania.
L'uomo si volta, vede occhi puntati su di lui, è come essere nudi, o peggio che essere nudi. Significa provare vergogna per il proprio prepuzio tagliato, per delle vergogne messe alla berlina.
La volontà del Bastardo vacilla ancora di più. Si aggiungono altri uomini ognuno con il suo mesmerizzare tramite un leggero sussurro. Le parole sono incomprensibili, ripetitive, confuse, un brusio sconnesso. Poi ognuno si autoregola in un ordine che ha poco di terreno e non ha nessuna traccia di pietà.
Sono un paio di dozzine, fermi, impalati fissi sull'uomo, non mi notano nemmeno, ma continuano a ripetere la cantilena:
"Me Culpa… Mea Culpa… Mea Culpa"
Mi domando quando l'uomo ne avrà abbastanza da chiedermi la redenzione del piombo, quella che ancora non accettava, perché sotto sotto aveva ancora una pallida speranza di non meritarsela.
"Figliolo", gli dico "te lo chiedono in molti, sono qui tutti per te a sancire il tuo pentimento… prendi le mie mani, abbraccia il perdono". Non poteva sapere che l'avrei fatto soffrire per minuti interminabili, solo così si sarebbe guadagnato un minimo di dignità.
Le sue mani tremano, e prendono le mie; poi tra le lacrime lo sento sussultare come una bestia atterrita da tuoni celesti.
Sgrana gli occhi e ritrae le mani come se fosse stato scottato, si asciuga gli occhi incredulo:
"Quel simbolo a rilievo sull'anello… lo conosco"
"È l'Omega…".
Omega. La fine di tutto. Non importa quanto sei stato carogna o magnanimo, prima o poi tutti finiscono per incontrare l'ultimo segmento della propria esistenza, senza spiegazioni, senza un motivo, e neanche un giudizio; quella del giudizio finale era una balla che rifilavamo alla gente. Al mio dio non gli importava un tubo di giudicarmi.
"C'era un tizio che aizzava i compagni di lavoro contro di noi" continua il Bastardo, "gli abbiamo voluto dare una lezione, e poco tempo dopo se n'è arrivato con la faccia piena di ecchimosi con questo simbolo…". Prende fiato con fatica, "io lo so chi sei tu", sgrana gli occhi che a momenti gli penzolano di fuori, "sei quello che si è messo con i nemici della libertà, hanno detto che sei segnato".
Lo prendo per il bavero:
"Che stai dicendo?"
"Ti hanno puntato l'indice contro, dicono che hai voluto sapere troppo… io sono finito, ma tu non hai molto di meglio da vivere di me".
Il mio sistema nervoso ha una scossa, e non ricordo di aver provato un odio simile prima d'allora. Io che dispensavo le pene peggiori e più meritate, ora diventavo quello bollato, un pericolo pubblico, un perseguitato. Se queste carogne si mettevano come segugi dietro le mie natiche, allora dovevano averne un buon motivo. Questo era inaccettabile, ma mi diceva che probabilmente ero sulla giusta strada della dissidenza; il fatto grave era che tra le maglie di questi burocrati persecutori di qualsiasi pensiero divergente, rischiavo di rimanerci strozzato.
Mi avevano notato, ed ero sulla lista nera di qualcuno; ero segnato con l'evidenziatore nei dossier, nelle trascrizioni di intercettazioni, nelle carte che uno qualunque di questi cospiratori poteva tirare fuori in qualsiasi momento e stabilire che dovevo sparire come Copertino; potevano decidere che avevo passato il segno oltre il quale un essere umano cessa di essere un automa programmato e diventa ben più che un soggetto capace di vedere oltre il velo, ma qualcosa di pericoloso, che poteva contagiare gli altri. Ci eravamo scambiati l'herpes della veggenza, ed eravamo finiti miseramente in un lazzaretto, con in fronte un segno della croce, padre-figlio-e-spirito-santo, che ci ricopriva con un velo di silenzio.
Le mie mani hanno un'esitazione, ma faccio presto a scuotermi e a praticare la cura più indicata per il mio paziente, quella del dolore prolungato. Gli sparo in un ginocchio, avendo cura di non danneggiare l'arteria femorale.
Le persone intorno continuano ad esortare l'uomo per un "Mea Culpa… Mea Culpa… Mea Culpa…", ma quello comincia ad emettere un suono acuto e rauco, mentre si stringe l'articolazione sfasciata.
Comincio ad insultarlo, gli dico che questa pena sarà quella che dovrà sopportare per l'Eternità. 
Una persona ignobile, senza un filo di moralità, veniva ad infamarmi così. Mi faceva sempre più schifo, secondo per secondo. Un essere umano che usava le persone, senza provare un minimo di rimorso, solo per andare a descrivere agli amici chi si è scopato la sera prima, fiero della sua prodezza.
Di fronte a me c'era una specie di uomo che urlava di dolore, ma io vedevo solo un sacco di immondizia, un coniglio castrato che se la dava a gambe appena vedeva arrivare qualcuno che gli chiedeva conto delle sue bastardate, un aborto umano il cui unico obiettivo era quello di erodere la vita delle persone a beneficio degli zeri nel suo conto in banca e del suo pene.
Avrei voluto fargli del male non fisico, ma l'unico strumento che avevo in mano era una pistola. Se avessi potuto infliggerli una depressione nera, lunga ed inguaribile, l'avrei fatto. Era un miserabile. Lo si vedeva subito guardandolo in faccia, un miserabile che avrebbe fatto igienicamente ribrezzo anche alla propria madre, eppure tanti gli avevano leccato il culo, e anche le palle senza accorgersi che tipo di merda fosse.
La gente è cieca, vede solo quello che vuole vedere, e si fa fottere da individui che meriterebbero di essere buttati in un cassonetto per poi passare di là ogni tanto e chiedergli "Come va? Stai bene con i rifiuti di verdura?".
Temevo che sotto il ginocchio non sentisse più dolore (le mie nozioni di anatomia continuavano a consigliarmi per il meglio), perciò gli sparo nei gomiti cosicché non è più capace di tenersi la gamba.
Diventa un ululato umano che mi fa ancora più schifo di prima: non sa neanche soffrire con dignità.
Altra gente si aggiunge alla fila di persone che chiedono a questo Bastardo parassita di battersi il petto. 
Rimango fermo a godermi lo spettacolo per minuti che a lui saranno sembrati un'eternità.

Mi allontano. Gli occhi degli uomini sono sempre fissi e le orbite scavate, ma gli angoli della bocca dovrebbero somigliare ad un sorriso. Mentre un cervello cola dalla parete.


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